| “Egregio Dottor Gervaso, le chiedo di trattare l’argomento della “superiorità femminile” nei rapporti di coppia, e non solo, e la sua evidente manifestazione sia in privato che in pubblico. Per “superiorità femminile” intendo come prendere decisioni o convincere gli uomini a fare o non fare determinate cose. Quando si affronta questo argomento, molte persone, naturalmente uomini, pensano e asseriscono che non è vero, che sono io ad avere una visione distorta. A me sembra un nascondersi o un non voler ammettere tali situazioni forse perché imbarazzano l’intera specie maschile. Personalmente le dico che con mia moglie c’è un ottimo rapporto di coppia, sotto ogni aspetto. Però, ad esempio, se lei decide di andare da sola con le amiche a cena o in discoteca, io devo necessariamente rimanere a casa a guardare le bambine e a fare altro. Fino a qualche anno fa erano le donne che di solito restavano a casa e gli uomini andavano all’osteria (siamo una coppia rispettivamente di quaranta e trentasei anni). Non so se sono stato chiaro, ma desidero essere aiutato da lei che ha sempre risposte convincenti.” -Lettera firmata
“Non è stato chiaro: è stato chiarissimo. E io cercherò di aiutarla, ma non più di tanto. E sa perché? Perché ormai hanno vinto le donne, ormai la partita è chiusa. Ma le dirò che non mi dispiace. Io, nella vita ho comandato poco. Quando conobbi mia moglie nel secolo scorso, per qualche tempo comandai, o ne ebbi l’illusione. O, piuttosto lei, Vittoria, me lo fece credere. Quanto era faticoso prendere le decisioni, soprattutto quelle importanti. Che sforzo, e che coraggio, dire l’ultima parola. Poi, le cose sono cambiate. Un po’ perché le ha volute cambiare mia moglie, un po’ perché io non vedevo l’ora che qualcosa, nel nostro rapporto di coppia, cambiasse. Oggi, e non da oggi, chi tiene in mano il bandolo della matassa domestica, e non solo domestica, è Vittoria. Io, che ho sempre temuto di essere incapace, mi sono accorto di esserlo davvero. L’unica cosa che so fare, e penso abbastanza bene, è scrivere. Per tutto il resto, e il resto è tanto, sono negato. Non so attaccare un chiodo o un bottone, sturare un lavandino, svitare o avvitare una lampadina, cuocere un uovo à la coque o all’occhio di bue, lavare un paio di calzini o stirare una camicia. Sono una nullità e, quel che è peggio, o meglio (per me, meglio), non ho alcuna intenzione d’imparare ciò che mia moglie vorrebbe insegnarmi. Sono completamente nelle sue mani. A volte, per mia scelta, in sua balia. E’ lei che decide cosa devo fare e cosa non devo fare, chi devo vedere e chi no. E’ lei che seleziona gli amici e gli inviti. E’ lei che mi accompagna dal sarto, scieglie le stoffe e il taglio degli abiti che al suo fianco, fiero di lei e un po’ anche di me, indosserò. E’ lei che mi dice: “Quest’anno andremo in vacanza a Capri o a Taormina o resteremo a Roma” per non lasciare solo il burino Poldo, il nostro meticcio raccolto vicino a una discarica a Reggio Calabria. E’ lei, insomma, che fa e pensa a tutto. Io non conto niente, e meno ancora voglio contare. Io credo, anzi ne sono convinto, che le donne oggi comandano non solo perché fino a ieri hanno ubbidito. Oggi le donne comandano perché i tempi si sono fatti difficili e, quando i tempi richiedono sforzi maggiori, più grinta e più fantasia, se la cavano meglio, molto meglio di noi, che spesso ci perdiamo in un bicchier d’acqua. E non in un bicchiere d’acqua mezzo pieno: in un bicchier d’acqua mezzo vuoto. Mia figlia ha trent’anni, vive e lavora a Milano al Tg5, e se la sera mia moglie andasse a cena o in discoteca con un’amica, io non dovrei badare a nessuno, o solo al cane. Ma mia moglie a cena da sola con un’amica non ci va. Se ci va mi porta con sé perché non si fida di lasciarmi a casa, temendo, a torto, che, profittando della sua lontananza, per quanto breve, esca a mia volta con un’altra (ma chi?). Le discoteche le detesta, non ci ha mai messo piede, come non ci ho mai messo piede io per la stessa ragione. Viaggia molto, questo sì, ma non per divertirsi, anche se viaggiare le piace: per lavoro. Fa le pubbliche relazioni per grandi multinazionali e questo la porta spesso fuori casa. Anch’io, come lei, non mi lamento. Un po’, le ripeto, perché Vittoria, pensando a tutto, mi consente di pensare solo a lei e al mio lavoro. E poi perché ha non una marcia, ma un motore turbo, in più. Se non sono il suo schiavo è perché lei non è una tiranna. Ma se dovessi diventarlo, benedirei il mio stato. E adesso devo proprio lasciarla. L’ora di cena si avvicina e non ho ancora apparecchiato la tavola. L’unica cosa, oltre a scrivere, che so fare. Me l’ero dimenticato.” -Roberto Gervaso
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Redazione on 01/01/2012 at 08:00.
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